La verità sul mio lavoro

Se ci penso mi vengono i brividi, ma la verità, nuda e cruda, è che del diritto tributario non me ne frega proprio niente! Di tutti i milioni di cavilli delle leggi fiscali me ne sbatto altamente! Quando devo leggere queste cose sbadiglio fino all’inverosimile e non provo la benché minima traccia di entusiasmo.

Ieri sera, mentre mi accompagnava a casa, il Dottor Aulicus diceva che qualunque cosa tu faccia, per lui l’importante è farla con entusiasmo. E allora io mi chiedo: ho sbagliato tutto? Non è questo il lavoro che volevo fare! Tra l’altro non ho prospettive di guadagno e mi sento davvero idiota, come se avessi buttato al vento tutte le possibilità migliori.  L’economia mi piace abbastanza, ma non il ramo fiscale e in questo lavoro il fisco la fa da padrone… E così arranco sui fascicoli che dovrei leggere senza riuscire a trovare la voglia di sapere quello che c’è scritto e mentre mi chiedo se non sono ancora in tempo, a 28 anni, per cambiare tutto, so già che tanto non cambierò niente.

La lunga notte di un amore finito

Lo confesso, vorrei tanto che invece di scrivermi via chat, Jack venisse qui a prendermi. Vorrei che ogni minuto fosse prezioso per stare con me, perché sento molto la sua mancanza…

Stanotte ho dormito dieci ore. E non mi sono bastate: avrei continuato non so fino a quando. Perdipiù, il risveglio è stato lento e confuso, quasi morboso. I sogni si sono confusi con la realtà al punto che nel sogno mi chiedevo se fosse possibile che fosse tutto vero. Non so bene in che specie di dimensione mentale si possano generare simili interrogativi, ma ero realmente confusa.
Ho sognato il pittore, mi diceva che Pier era stato operato alle gambe, quattro volte in un mese. Non chiedetemi che razza di operazione fosse, anche nel sogno mi era parso singolarissimo, ma più che chiedere come mai, ho provato dispiacere. Addirittura mi sono commossa, e il pittore mi consolava con una carezza fraterna.
Così ho pensato di telefonare a Pier, che ora era in ospedale, ora in Norvegia a preparare un concorso internazionale di pianoforte (autodefinendosi uno dei migliori e tra i favoriti).
Con Pier è finita dal 2004, ma non gli ho mai più parlato. Questa rottura incredibile è rimasta un tabù, o qualcosa del genere. Così nel sogno gli parlo, non ricordo bene di cosa, chiedo come sta e lui risponde con calma, sembra gentile e mi piace questa gentilezza, mi rassicura, mi fa sentire degna di rispetto, contrariamente a quanto accadeva gli ultimi mesi con lui. Parlo, parlo, e quando divento più tenera e gli dico che avremmo anche potuto conservare uno straccio di rapporto, lui si chiude in un significativo silenzio e allora i miei occhi lo vedono turbarsi, perché, aggiunge finalmente, pensa che io sia ancora innamorata di lui e che quindi è meglio se tagliamo.
A questo punto tutto mi suona strano. No, non è vero, quest’amore è finito, a me non importa più di te. Sono sincera, ma lui è scettico, è schivo e mi fa quasi pentire di aver telefonato. Però non m’indigno come dovrei, sono morbida. Ci siamo detti molte cose, anche se non le ricordo, mi ha parlato del concorso di pianoforte, della sua bella vita, pare soddisfatto e tranquillo, addirittura serafico.

Dopo il risveglio non so più bene cosa voglio. Non ricordo se questa cose delle operazioni è vera, ma presto mi rendo conto che è assurdo e che nessuno mi ha mai parlato di una cosa del genere. Mi viene in mente di contattarlo, poi subito mi chiedo: perché? E non trovo una risposta. In effetti questa voglia svanisce subito. Non saprei che dire e non m’interessa molto sapere cosa fa. Lo troverei insopportabile e al massimo vorrei sapere che gli va tutto a rotoli. Oppure dovrebbe accadere il miracolo che mettesse da parte qualsiasi critica, frecciatina, supponenza, saccenza, irriverenza. Ma nel dubbio l’ho sempre evitato e odiato.
Ho paura di parlare con lui, se dovesse accadere davvero non ho la più pallida idea di cosa potrei provare. L’amore è finito, ma quale carico emotivo porta con sè una persona che rappresenta non solo il primo amore, ma tutta la prima parte della tua vita?

Chiederselo quando sono passate già delle ore dal sogno sembra un esercizio di filosofia. Prendo la sacca e vado in palestra.

Party(i) col vino

Non c’è cosa peggiore che svegliarsi sapendo che hai dormito poco, penso che questa consapevolezza centuplichi il bruciore agli occhi e incolli saldamente le palpebre al loro posto. E quel che è peggio è che tanto sonno perduto non ha neanche avuto un’adeguata contropartita. Voglio dire: uno fa tardi perché ha un incontro erotico con un uomo, oppure va a una festa ganza o ride e scherza con pochi amici… Nel mio caso nulla di tutto questo.
Alex ha voluto organizzare con sole 3 donne (io ero in più, la quarta non invitata) un party a base di vino rosso e pizza. Peccato che una di queste donne sia partita dritta sparata con l’intenzione di bere quantità incredibili di questo vino… Così non erano neanche le undici che questa qui ha cambiato colore ed è andata a sedersi in un gelido (e appartato) corridoio, mentre noialtre ci sfidavamo a “Il pranzo è servito”! Il povero Alex ha dovuto assisterla da solo parecchio tempo, io me ne sono infischiata e ammetto senza pudore che quando proprio pareva il caso che qualcuna di noi andasse ad aiutarlo, ho guardato Madame Bubois e lei è andata spontaneamente.

Intanto io chiacchieravo di uomini con l’altra ragazza, che conosco dai tempi del liceo e ora vive vicino Roma. Pare che sia diventata molto cinica a seguito delle solite delusioni sentimentali e ci siamo trovate d’accordo su molte cose, anche se lei pensa sia indispensabile convivere con un uomo prima di poter decidere se è giusto oppure no e io non so se sono tanto d’accordo. Non so, questi argomenti mi confondono.

Fatto sta che Melissa P, l’ubriaca, abbia più volte vomitato (lontano dal mio raggio visivo) e che sia stata poi un vero tormento per tutti. L’hanno riportata nella stanza dove eravamo tutti e lei cadeva, non era capace di stare dritta seduta da nessuna parte. La cosa ridicola è stata che se Madame Bubois le offriva aiuto lei lo rifiutava perché voleva Alex. Oh, Alex, ti voglio bene! Alex, voglio Alex, dov’è Alex?
E daie co’ sta tiritera continua…

Noialtre ridevamo, perché sennò era proprio un tedium vitae. Che poi ce la siamo tirata fino alle due, perché Melissa P non voleva muoversi, figuriamoci andare a casa sua. Alla fine siamo riusciti a metterla in macchina e ad assistere alla stucchevole scena in cui ha abbracciato Alex (misteriosamente e improvvisamente in grado di tenere un equilibrio perfetto sulle due zampe posteriori), l’ha baciato, ma pare non sulle labbra, mentre noi ci sbellicavamo dal ridere in macchina per questo epilogo da telenovela…
Ma insomma, Melissa P, io non ti conosco, ma si possono fare queste cose a 26 anni?

Un can che abbaia e morde

Ieri mi ha morso un cane, per cui stasera me ne sto a casa. Niente di grave, solo un po’ di gonfiore al piede, ma non è stato divertente. Volevo farne una divertente prosopopea: io e Dolores che vaghiamo annichilite per le strade deserte, in cerca di qualche altro essere vivente, la decisione di andare al Far West, locale poco-frequentato-genere-fricchettone-ruspante-con-prezzi-politici, la scelta (mia, ok, me la sono tirata) di puntare su una serata trucida, con tanto di Peroni e due bicchieri di carta per smezzarla… (Mio dio, come fa la gente a bere la Peroni). Insomma, a buttarla così, non poteva mancare altro che calpestassi per disgrazia il cane randagio dello stesso colore dei listoni di legno del pavimento e che quello giustamente se la prendesse con me e mi azzannasse il piede senza pietà.

Questo è perché non seguo la mia indole pseudo-vip e mi avventuro in questi posti troppo alla mano, con i tavoli che traballano e un nugolo di ragazzi disinvolti e sciattoni che arrivano a completare l’ambiente. Insieme al cane, si capisce.

Io piango lacrime di dolore, e penso che quella squallida Peroni sarà la mia unica consolazione. Per fortuna avevo gli stivali, perciò il danno è molto limitato e non sono costretta a passare il resto della sera nello squallore di un’attesa al pronto soccorso. Così la serata trucida va avanti e arriva il pittore del paese a farci compagnia. Ve lo presento, che cavolo. Trentadue anni appena compiuti, passato da donnaiolo, divorziato con figlio, ha intrecciato da un anno una relazione con una ragazzina “nobile” e decisamente squinternata, almeno in passato. Lei ora insegna alle elementari, ma c’è chi è pronto a giurare di averla vista, in passato, china in una pineta a mangiare la terra in un accesso di rabbia…

Il pittore si autoinvita al nostro tavolo non appena mi riconosce, porta con sè il suo campari e dunque questo dà inizio alla solita conversazione poco brillante, noiosa, dei “sai questo”, “sai quello”, tutti discorsi intrapresi e finiti in una frase, proprio come accade quando a nessuno importa una pipa di quello che dicono gli altri, a dispetto di tutti i “ma davvero?” che si sprecano copiosamente.
La Peroni finisce che manco te ne accorgi accopmpagnata dal solenne proponimento di non bere mai più una birra così meschina. Ah, se solo potessi avere una coppa di quella gustosa birra scura di abbazia, spillata come si deve… Vabbè, finita la birra si arriva al commiato. Mi alzo zoppicante e me ne vado con Dolores alla sua macchina. Tutto questo è accaduto, non faccio che pensare, senza nemmeno che ci fosse Jack pronto ad occuparsi di me, senza nessuna possibilità di esagerare il dolore quel tantino che basta per essere prese in braccio e trattate in quel modo speciale da donna ferita che mi fa impazzire, tra le braccia di un uomo forte e sexy che ti solleva come una piuma e ti porta a letto, e ti bacia, e…

E invece Cenerentola se n’è tornata a casa tutta sola, sulle sue gambe, senza bacio della buonanotte e perfettamente in grado di fare tutte le scale di casa… Proprio una serata trucida.

Bisogna uscire

Stasera andrò a trovare Dolores e Madame Bubois, anche se loro ancora non lo sanno. Potrei stare a casa, ma non mi va, ho un gran mal di testa e preferisco fare due passi.
Faccio la disinvolta, certo, ma una parte di me alla quale cerco di non dare corda, vorrebbe invece, com’è ovvio, vedere Jack…

Fare due passi: mi dovete prendere alla lettera. Le grandi distanze non sono una prerogativa del posto in cui vivo, così quando mi prende la foga di spostarmi, andarmene a zonzo senza meta, mi ritrovo a percorrere le uniche due vie e a trovarmi senza terreno sotto i piedi nel giro di venti minuti. E tutto questo senza quel necessario requisito tipico di queste uscite che è l’anonimato.
Da queste parti la gente ti scruta e la cosa più disgustosa è che dozzine di vegliardi si trovano riuniti dappertutto, in enormi assembramenti lungo le vie principali e notano questa ragazza che spicca nel contesto da terza età, buttano l’occhio e ti fanno rabbrividire.
Giovani, quelli non ce ne sono. Se pure volessi, in un momento di rabbia delirante, uscire e farmi rimorchiare dal primo che passa (come la tipa della pubblicità non-mi-chiedete-quale), starei veramente fresca. Però c’è un vivace macellaio cinquantenne, giusto sul corso, in posizione strategica, che ammicca da dentro al suo bianco grembiale. Ma non vi aspettate che vi offra da bere se ancora non gliel’avete data (be’, che lui possa offrirvi da bere dopo che avrete compiuto questo gesto, resta una mera supposizione).
Sì, è una cittadina simpatica. Peccato non possiate sapere qual è per unirvi alle nostre notti di folle divertimento: intriganti gruppi di giovani pieni di sé affollano fino alle due del mattino l’indomito nonché più blasonato pub del paese: il Zappa Store.