L’ora della ricreazione

Oggi sono tornata a scuola.

È l’ora della ricreazione, il liceo ha i corridoi piuttosto stretti che brulicano di ragazzini, le loro voci rimbalzano perforanti, le loro facce sono commoventi, il modo di vestire sciatto e tipico di quell’età. Qualche coppietta si sbaciucchia dimentica di tutta la gente intorno – io non l’ho mai fatto e mi sarebbe piaciuto farlo, proprio nei corridoi, essere la ragazza di un bel fusto alto, carino, gentile, senza nessuna possibilità di essere l’uomo della mia vita.
L’avrei evitata, lo giuro, ma proprio dietro un’enorme cattedra nell’atrio principale c’è la mia professoressa di biologia. Dal sorriso ammiccante capisco che non ho altra scelta, così la assecondo e mi avvicino, mentre lei mi ha ormai già raggiunta, con l’aria delle grandi occasioni seminascosta dagli stessi occhiali da sole che si appiccicava sempre sul naso mentre faceva lezione. È una donna nevrotica, magra come un chiodo, con un ligio, cortissimo caschetto striato di biondo e un’incredibile voglia di uomini che gliela leggi in faccia.

E così finisco nella trappola dei come stai e che fai. Cerco di divicolarmi, ma non sono abile perché temo di essere troppo maleducata e di mortificare quella poveraccia. Rispondo a casaccio, manco una demente e mi invento una sorella minore che sta studiando, senza neanche rendermene conto. So che sto dicendo qualche parola a caso, pur di finire presto e andarmene via. Fiumi di ragazzini si muovono tutt’attorno e mentre mi concentro sul mio dialogo fantasioso, una parte di me li invidia, proprio quella parte che, avendo ormai capito come vanno certe cose, avrebbe tanta voglia di ricominciare tutto da capo.

Ma la conversazione finisce proprio dove è finita ogni volta che ho incontrato questa professoressa (l’ultima volta, parlando di questo, sentì il bisogno di sottolineare che aveva le mestruazioni, e non venite a chiedermi perché).
“Allora, stai ancora con Pierre?”
“No, no, ci siamo lasciati”, mi affretto a dire io, e lo so che non mi piace essere costretta a parlarne.
“Ah, vi siete lasciati” ripete con una certa aria delusa, ma come se l’avesse previsto. ”E da quando?”
Io, disinvolta: “Eh, saranno più di due anni ormai…”
“L’hai mollato tu?” mi fa lei con un improvviso sorrisino energico di complicità dando per scontato che rispondessi sì. E così avrei dovuto dire. Sì, mi aveva stancato, era troppo particolare, rompeva le scatole, e così l’ho mollato. Ma invece ho il bruttissimo vizio di dire la verità.
“Veramente è stato lui a lasciarmi“. Non mi piaceva dire che ero stata mollata, rendeva troppo bene l’idea di quello che è successo, invece essere lasciati ti lascia ancora un po’ di dignità, fa quasi pensare che non è detto che l’altro non ti abbia ancora in una qualche considerazione.
“Lui? E com’è possibile! Sei così bella e in gamba!”
Mi confondo, non so che dire. Faccio la matura, la persona che ha digerito la botta da un secolo e dico che quando un sentimento finisce non c’è niente da fare, sono cose che succedono eccereta.
Vorrei anche dire che ora sto con Jack, cerco di rifugiarmi nel pensiero che Jack mi ama, ma per lei, sparito Pierre dalla scena, sembra che sia scontato che io resti sola! E insiste:
“Certo, dev’essere stata colpa sua perché tu ci credevi davvero!”.
E tu che ne sai? Vecchia zitella che non sei altro. Eppure ammetto:
“Sì, io ci credevo davvero”, e mentre lo dico mi sento stupida, mi sento umiliata e arrabbiata. La storia più importante della mia vita mi soffoca con il peso di un ironico, gigantesco fallimento. Sono negli stessi corridoi dove l’ho conosciuto, ho sbirciato l’aula magna dove c’è ancora il pianoforte che suonava nella ricreazione e che io ascoltavo rapita…

Vorrei dire: vabbè, a me non importa, ti rendi conto che è successo un secolo fa? Mica c’è solo lui sulla terra! E lei che continua la sviolinata di come lui è particolare, che era a Pisa, ma è ancora lì? Sì, credo che sia ancora lì. Ma come mai si è trasferito? Certo, era a Roma solo per te… Veramente non so se fosse a Roma solo per me, se n’è andato e basta. (Idiota, hai finito di curiosare?).

“E a lei, come va?” chiedo alla fine, tentando di riprendere in mano la situazione.
“Uh, a me? Sempre peggio”.
Be’, come al solito, non è che mi aspettassi una risposta diversa. Ha sempre dipinto la sua vita come un disastro, ed è pure allergica a non so quante sostanze perché, ci disse, fu sfiorata dalla nube di Cernobyl…

Mentre non so più che pesci pigliare, ecco mia zia che avanza come un angelo della salvezza tra la folla di studentelli. La professoressa la vede e comincia la tiritera dei commiati, perché capisce che la conversazione è finita e così attacca con gli in bocca al lupo, sei bella (ma che c’entra? forse è per dirmi che mi posso consolare, che è ovvio, Pierre è stato un babbeo a lasciarmi, che è quello che tutti hanno pensato ma che non cambia le cose), tanti auguri eccetera.

Sì, sì, ricambio. Mi sento goffa. Non mettevo piede in quella scuola da lustri e mi riprometto di farne passare altrettanti prima che possa ricapitare.

Be quiet

Sono stranamente serena. Che volete, non sempre sono in preda a patemi d’animo angosciosi, tanto per dare corda a Dolores. Ma ciò che più che mi sconvolge, oltre al fatto di essere serena, è che ci sono momenti, giorni interi!, in cui mi sento così presa dal lavoro che finisco per perdere la mia vena ironica e manco della giusta inventiva per correre qui a dipingere le mie avventurose vicende.

Ma provvederò presto. Abbiate pazienza!

Appuntamento

Ho passato quasi due ore a guardare alcuni episodi della mia serie preferita del momento (dopo Lost) ed è incredibile quanto io mi ritrovi nei panni della protagonista. Un uomo la invita a cena in un ristorante favoloso, uno di quelli in cui devi prenotare mesi prima, con cameriere elegantissime, un locale ultrachic e trendy nello stesso tempo. È il loro primo appuntamento e lei ha accettato solo per ripicca nei confronti della madre. Dunque entrano in questo posto sfavillante, con la musica, la gente famosa e glamour, e lei è tutta eccitata, guarda, parla e cerca di memorizzare ogni piccolo dettaglio, proprio come avrei fatto io (be’, io non avrei cercato le star). Poi vengono condotti in una saletta privata, una porta si chiude alle loro spalle e tutta la musica sparisce. Lei resta un po’ male, si sente come esclusa da una festa. Va bene la riservatezza, ma la sala mette proprio soggezione, ci si sente tagliati fuori. Lei pensa che tutti i tavoli fuori fossero impossibili da prenotare, ma lui smentisce:
“Scherzi? Tutti vogliono questa sala, è difficilissimo ottenerla e stasera è nostra”.

Ma lei, proprio come me, è incapace di fingere che le piaccia, lui lo capisce e le dice che possono anche andare via. Cavoli! Non si offende mica! Io guardo rapita la disinvoltura di quest’uomo che non batte ciglio. Lei non si sentiva a suo agio, punto; non importa se magari lui ha fatto i salti mortali per ottenere quel tavolo…
Ora, il bello di questa storia (in cui mi ci ritrovo al 100%) è che lui non demorde, anche se potrebbe sentire il senso schiacciante del fallimento e magari pensa che la serata a quel punto sia finita. Insomma, lei finge di non aver fame, ma è una frottola e dopo un po’ lo ammette, quindi propone cibo messicano take away in uno di quei posti assurdi che ci sono in America dove non devi neppure scendere dalla macchina per prendere il tuo cibo. Ma a lui non piace e lei, dopo aver ordinato di tutto, si tira indietro perché non le piace mangiare da sola. Lui neanche qui se la prende! Finiscono al supermercato, poi su un tavolino lì davanti a mangiare cose pronte e bere nei bicchieri di plastica… Lei è conquistata, si è divertita, ed è questo quello che conta.
Lui, che è un tipo manageriale ed essenziale, le chiede: “Ma tu devi per forza divertirti?”
E lei, pronta: “A un appuntamento, per forza!”

Ecco, potrei essere io in tutto e per tutto.

Bisogna uscire

Stasera andrò a trovare Dolores e Madame Bubois, anche se loro ancora non lo sanno. Potrei stare a casa, ma non mi va, ho un gran mal di testa e preferisco fare due passi.
Faccio la disinvolta, certo, ma una parte di me alla quale cerco di non dare corda, vorrebbe invece, com’è ovvio, vedere Jack…

Fare due passi: mi dovete prendere alla lettera. Le grandi distanze non sono una prerogativa del posto in cui vivo, così quando mi prende la foga di spostarmi, andarmene a zonzo senza meta, mi ritrovo a percorrere le uniche due vie e a trovarmi senza terreno sotto i piedi nel giro di venti minuti. E tutto questo senza quel necessario requisito tipico di queste uscite che è l’anonimato.
Da queste parti la gente ti scruta e la cosa più disgustosa è che dozzine di vegliardi si trovano riuniti dappertutto, in enormi assembramenti lungo le vie principali e notano questa ragazza che spicca nel contesto da terza età, buttano l’occhio e ti fanno rabbrividire.
Giovani, quelli non ce ne sono. Se pure volessi, in un momento di rabbia delirante, uscire e farmi rimorchiare dal primo che passa (come la tipa della pubblicità non-mi-chiedete-quale), starei veramente fresca. Però c’è un vivace macellaio cinquantenne, giusto sul corso, in posizione strategica, che ammicca da dentro al suo bianco grembiale. Ma non vi aspettate che vi offra da bere se ancora non gliel’avete data (be’, che lui possa offrirvi da bere dopo che avrete compiuto questo gesto, resta una mera supposizione).
Sì, è una cittadina simpatica. Peccato non possiate sapere qual è per unirvi alle nostre notti di folle divertimento: intriganti gruppi di giovani pieni di sé affollano fino alle due del mattino l’indomito nonché più blasonato pub del paese: il Zappa Store.

Pausa al lavoro

Sento un vuoto vertiginoso. Il vuoto è nello stomaco, le vertigini tutt’intorno e salgono fino alla testa. Il rimedio migliore, ora come ora, sembra una pasta ripiena di crema e cioccolato del bar qui affianco.

Il bar è uno di quei posti di periferia dove, chissà perché, puoi trovare solo uomini dall’aria vagamente sudicia, mai giovani, che ti guardano di sghembo. Ti fanno sentire fuori posto, allora fissi la barista, che per fortuna è donna. Da qualche parte nella testa si genera un sospiro, al ricordo del vecchio Caffè Margherita, in via Nomentana (angolo con viale Regina Margherita), dove ci sono due giovani baristi, simpaticissimi, paste con crema di riso fantastiche a sessanta centesimi e l’arredamento tipico del bar ricercato di città, curato in ogni dettaglio, accogliente e scintillante allo stesso tempo, e affollato di gente che corre, legge il giornale, uomini e donne al lavoro, o in pausa pranzo, giovani e adulti di ogni tipo, ma non squallidi.

La pasta qui in paese costa un euro intero ed è servita a poco; la testa dondola come schiacciata da un’immane fatica. Lo stomaco si stringe a pugno, si lamenta certo perché stanotte ho dormito appena quattro ore, e neanche tutte d’un fiato. Certo, le notti insonni sono un bel problema per chiunque il giorno dopo sia costretto a simulare una qualche parvenza di normalità, per non parlare se è necessaria una particolare ed elevata concentrazione sul lavoro. Ma io sono piuttosto fortunata: il mio collega è dovuto uscire prima, sono rimasta sola e nessuno mi controlla la pupilla.

Selfportrait

Ok, mi hanno fatto notare che non mi sono presentata. A dire il vero, in quanto a protagonista, potrei svelarmi poco alla volta, ma che diavolo, chi legge avrà pure il diritto di sapere qualcosa di me. Perciò ecco.

Tra un mese compirò 28 anni e per almeno 25 anni ho odiato festeggiare il mio compleanno. Un grande esempio di coerenza in una vita dove qualcuno mi ha rinfacciato di essere incostante e incoerente. Ora invece non solo mi piace festeggiarlo, ma più pomposa è la festa, meglio è. Sono drastica e non ho paura di ricominciare tutto da capo. Adoro i cambiamenti, a qualsiasi livello psichico o fisico, e detesto la noia.
[Noia = reiterare un comportamento, anche piacevole, senza variazioni.]
Mi piacciono i viaggi, il mio umore spesso dipende strettamente dagli spostamenti fisici, mi piacciono i bei vestiti (ma non il genere Prada), mi piace essere sensuale, mi piace ridere, ma capita che piango spesso. Sono imprevedibile, almeno per molte persone, odio i politici (tutti), amo la musica e i libri, faccio sogni di una varietà spaventosa, e a volte incubi terrificanti.

Amo i miei amici, e sono tutti veri amici. Odio le cose finte, le telefonate finte, i rapporti d’amore per convenienza. Sono logorroica, ma a volte muta. Adoro i classici e l’estrema modernità, il mare e la neve, il sole, ma anche la notte profonda, l’alcol (in moderate quantità), i fumetti d’autore, il cinema…
Ma odio la tv. A morte. Non uscitevene con la tv.

Io sono tortuosa

Vi ci ritroverete senz’altro. Il tempo è grigio, minaccia pioggia e tira vento. Jack mi accompagna all’inaugurazione di un’agenzia (ci vado per lavoro), ma solo dopo essere arrivati e aver fatto 30 minuti di macchina, mi accorgo che ho sbagliato giorno, non c’è nessuna inaugurazione perché in realtà è giovedì prossimo. Rido, lo trovo allucinante! E le cose di questo genere, impreviste, senza ragione, mi fanno impazzire, le adoro, è come un regalo del destino! Jack avrebbe il pomeriggio libero, ma deve finire un articolo (fa il giornalista) perciò preme per andarsene. Del resto, dice, il tempo è brutto e non vale la pena fare una passeggiata.

E’ tutto giusto, ma io voglio disperatamente farla, quella passeggiata! Stare con lui, di pomeriggio, in un’occasione unica per sfuggire a qualche ora d’ufficio. La vedo come una bravata, mi sento felice, ma lui osserva il cielo, guarda l’orologio e la prendo male, non lo sento complice.

Mi spengo in un lampo, anche se non ne ho motivo; più voglio baciarlo e stringerlo forte, più mi chiudo a riccio, non so che dire e non parlo. Lui pensa che sia offesa, io sono invece muta, mi sento sola e vorrei disperatamente che mi sorridesse, anche se non lo merito, anche se sembra assurdo.

Ce ne andiamo via. In macchina RadioDj trasmette canzoni stupende, cosa incredibile, e io penso: “Che bella mossa accendere la radio”. Ma finisce in disastro. Voglio ripagarlo della benzina per il viaggio a vuoto che ha fatto e ovviamente si offende. Io lo faccio perché sento il bisogno di fare cose assurde, perché voglio che tutto vada in malora così magari gridiamo, ci sfoghiamo e poi ci diciamo che ci amiamo. Invece no, ci sono baci, qualche lacrima bivacca senza scopo. Non sopporto che stia per andar via, ma devo farmi coraggio e scendo dalla macchina. Avevo tirato fuori 10 euro e li lascio sul sedile senza accorgemene.

Così non mi aspetto certo questo messaggio: “Io non sono una puttana che mi lasci i soldi sul sedile prima di andar via. Grazie”.
Guardo il messaggio attonita, pensavo fossero parole dolci di riconciliazione…

E si finisce di nuovo in quel vortice per cui cominci a risentirti sempre di più e si gioca al rilancio, finché la catena di messaggi si spezza. Jack dice che avrebbe voluto chiamarmi. Io avrei voluto più di lui che mi chiamasse, ma intontita dal risentimento e da questa maschera che mi indurisce i muscoli, non gli dico di farlo e la smetto.

Ora me ne vado via, e tutto quello che voglio è che lui mi cerchi, corra da me e mi prenda affettuosamente in giro, la butti a ridere e mi faccia capire che mi ama, perché io lo vorrei tanto, ma non ce la faccio a ridere per prima.

Personaggi principali

Qui si parlerà di fatti rigorosamente veri, perciò preparatevi a un tono che può andare dal faceto al melodrammatico, vista l’estrema variabilità con cui percepisco gli eventi della vita. Ma perché possiate avere chiara la storia narrata, lasciate che vi presenti i personaggi principali della vicenda…

Jack: è l’uomo che ha sbaragliato gli altri concorrenti (concorrenti? Pfui!) con il suo charme e una bottiglia di Nero d’Avola. Ha fascino da vendere, ma sembra quasi non accorgersene e non crederlo possibile. Poi la sua voce al telefono è un autentico colpo basso, assolutamente fantastica se rimane serio o semi-serio: anche sfumature dolci mi fanno impazzire, ma lui spesso se ne dimentica ed è dolce dolce dolce… per troppo tempo! :-)

Dolores: dichiarò che avremmo dovuto chiamarla così dopo l’ennesimo attacco d’isteria da maschio, a causa del piglio tragico che prendeva troppo facilmente piede nei suoi discorsi (e nella sua mente, che si confonde facilmente quando si tratta di homini). Una delle mie due migliori amiche.

Madame Bubois: l’altra mia migliore amica, quella che, quasi due anni or sono, ha mandato a monte un matrimonio con un super fusto e due suocere da mandarti in estasi… Be’, al fusto mancavano un po’ di attributi, ma nessuno è perfetto! Lei ora è affetta da singleaggine, ma spera di guarire al più presto.

Anthony: dimenticate CandyCandy, questo qui è meno fiabesco, ma ugualmente gentile e dal ruolo cruciale, l’ammaliante veneto che affascina Dolores… Non era un asso con i regali, ma sta imparando :-)

Roxanne: sì, lei è una che le piace stare in casa, cucinare, fare le conserve, e non vi dirà mai una sola parola sgarbata. Be’, diciamo pure che quando sta per salutarti ti fai il segno della croce visto che manda i saluti a tutti i tuoi parenti e amici fino alla settima generazione, ma ha un pregio enorme: non si lamenta mai e sorride, sorride.

Dr. Aulicus: si dà un tono, temperamento da specializzando, eleganza non smaccata, affetto da logorrea e sfegatato appassionato delle Alfa Romeo. Non ha una donna, e per quanto la bella Roxanne sia disponibile, non si sposta di un millimetro dalla sua posizione… Sarà perché l’ospedale dove lavora si trova in un’altra regione?

Il blog segreto

Se dovessi scrivere la storia della mia vita sarei forse al 13° capitolo? Probabilmente sarei più sintetica, ma è a questo punto che mi sento. Abbastanza in là da essere un personaggio definito, ma con ancora tutto il proprio potenziale a disposizione, mille avventure ancora da vivere, dopo anni trascorsi ad amare la persona sbagliata, in preda a infinite emozioni, 28enne, spaventata e allo stesso tempo entusiasta di quello che mi potrà accadere.

Perciò questo è il blog della mia vita, ed è un blog segreto, perché chiunque capiti qui potrà sapere quello che mi succede e come succede e persino se sarò io a dare una spintarella al destino, ma non potrà mai sapere chi sono.